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Con l’avvento della globalizzazione, gli Stati, le comunità, gli individui, nel timore di perdere la loro identità, si chiudono a riccio facendo riemergere in maniera più evidente l’istintiva tendenza alla sopravvivenza, ma con una forma di incontenibile cinismo ed egoismo da rendere l’uomo contemporaneo insofferente e insoddisfatto. In «La mente ama», pubblicato per le edizioni Il Pozzo di Micene, Firenze 2011, l’antropologo della mente Alessandro Bertirotti, ravvisando un errore nell’elaborazione culturale degli antichi filosofi greci, da cui un individualismo sfrenato, partendo dall’amore verso sè stesso e l’universo, cerca di impostare le basi per una nuova forma sociale di globalizzazione.
A tal fine tenta di gettare un ideale ponte «atemporale» tra l’Oriente e l’Occidente, avvalendosi di tutte le branche della conoscenza umanistica, e non solo (dalla filosofia alla sociologia, dalla psicologia alla teologia, all’economia, alla chimica, alla biologia…) in una sorta di magistrale multidisciplinarità. A fondamento della sua ricerca antepone i sentimenti e le emozioni, quali valori che dovrebbero accompagnare sempre i ricercatori della Verità. Come accennato, per Bertirotti l’equivoco del pensiero occidentale sta «nell’impostazione della ricerca scientifica» che chiama riduzionista, e che affonda le radici nella classica visione aristotelico-cartesiana, per cui «la scienza non è affatto un epistéme, ossia un sapere certo, assoluto, ma è un doxa, un’opinione fallibile, continuamente discutibile e dunque opinabile». E’ un antico vezzo dei nostri scienziati separare nelle sue componenti la realtà, frammentandole, per poi riunirne i pezzi, quando, a ben vedere la realtà è la «sorgente principale della natura che è equilibrio, armonia: tendenza insita nel sistema vivente così come donata da Dio agli uomini… Per cui, sulla base di voler dare un significato a tutte le cose, ne risulta una realtà falsata in quanto costruzione artefatta: è la follia che generò i mostri del secolo scorso». Il principio su cui ruota tutta l’impostazione culturale dell’autore poggia sulla considerazione, apparentemente rivoluzionaria, che anche le particelle abbiano, se non una particolare forma di intelligenza, almeno una tendenza naturale alla affettività che si estrinseca in un reticolo, intesa ovviamente come un destino prestabilito, indicato ab origine. Poiché l’atto dell’osservare è il modo in cui ogni essere umano costruisce la sua realtà, Bertirotti, il poeta della mente, per avvicinarci sempre più alla Verità ci ripropone di esplorare la teoria della complessità. Difatti, «l’oggettività che crediamo essere apparentemente al di fuori di noi, abita, al contrario, in ognuno di noi, nelle nostre esperienze di vita e, in ogni caso, nelle reti neuronali che attraverso le emozioni la nostra mente autonomamente crea». Questa impostazione, quanto mai semplice e originale, è trasferibile sul piano sociale laddove, nel «comunicare in rete» si perfeziona e si rende ottimale la coesione sociale. Quindi i binari prestabiliti dal mistero della vita, secondo Bertirotti, sono quelli dell’affettività e dell’amore, e pertanto se non recuperiamo questa consapevolezza a livello evolutivo non andremo da nessuna parte… Sicuramente l’autore di «La mente ama», quando pensa ad una globalizzazione dal volto umano corre con la mente al periodo d’oro della cultura islamica (sec. XII-XIII) in cui la ricerca medica (la chirurgia in particolare) cominciò ad affrontare il malessere di vivere e a vedere l’uomo nella sua globalità come parte del tutto. Se questo è quanto si scorge in filigrana, il Bertirotti si pone sulla scia dei grandi pensatori che fanno capo a un filone culturale ancora poco esplorato: mi riferisco in particolare a Meister Ekhart e Erich Fromm (Cfr. «La rivoluzione della speranza», Etas Kompass, Milano 1978). Ovviamente con uno spiccato desiderio di un nuovo umanesimo, molto vicino alla spirtualità cristiana. Il frequentatore di «Benfatto» della Rai, è uno dei pochi in grado di smantellare dalle fondamenta, pezzo dopo pezzo, pagina dopo pagina, il pensiero unico dominante fin dagli albori sessantottini in una forma di dialogo con il lettore che lo sospinge, con gradualità, attraverso una logica popperiana, verso mete mai pensate prima. da: ragionpolitica.it del 14.agosto.2011 |




Con l’avvento della globalizzazione, gli Stati, le comunità, gli individui, nel timore di perdere la loro identità, si chiudono a riccio facendo riemergere in maniera più evidente l’istintiva tendenza alla sopravvivenza, ma con una forma di incontenibile cinismo ed egoismo da rendere l’uomo contemporaneo insofferente e insoddisfatto. In «La mente ama», pubblicato per le edizioni Il Pozzo di Micene, Firenze 2011, l’antropologo della mente Alessandro Bertirotti, ravvisando un errore nell’elaborazione culturale degli antichi filosofi greci, da cui un individualismo sfrenato, partendo dall’amore verso sè stesso e l’universo, cerca di impostare le basi per una nuova forma sociale di globalizzazione.